un anno di fare digital media

21 dic Un anno passato a FARE, tra difficoltà e soddisfazioni indimenticabili

Ancora il 2016 non è finito e mi trovo qui a tirare le somme di un anno a dir poco stratosferico. Non sempre ho pensato fosse una cosa positiva fare un resoconto del tempo che è trascorso ma adesso che ormai ho un’azienda (davvero) mi sembra una cosa del tutto naturale e, anzi, quasi dovuta. Per l’occasione rispolvero la mia formazione da blogger della prima ora (ho aperto il mio primo blog personale nel 2003, ma prima pubblicavo già informazioni sulla mai dimentica Indymedia Italia), e vi racconto quello che ho provato. Preferisco farlo adesso questo esame, quando il 2016 non è ancora davvero concluso, per lasciare un margine di sorpresa e imprevedibilità ad una vita lavorativa sempre più progettata e programmata.

Nella nostra ultima newsletter (dagli un’occhiata se non la conosci) professionale dedicata alle aziende e ai professionisti del turismo abbiamo già tracciato una linea delle attività lavorative che abbiamo svolto in questi 12 mesi. Forse non c’è proprio tutto, ma sicuramente c’è tutto quello che conta in quel canale di comunicazione. Qui invece vorrei raccontarvi qualcosa di un po’ più “personale”: cosa vuol dire fare impresa e start up nel turismo in Italia.

Superfluo dire che da un punto di vista individuale come il mio gli aspetti da affrontare sono tantissimi, non so se riuscirò a toccarli tutti, ma di certo in questo anno di emozioni ci sono state alcune cose che rimarranno indelebili nella mia memoria.

Il lavoro più difficile? Le relazioni con le persone

Sembra strano a dirsi per chi tra i suoi servizi propone quello della gestione dei social, storytelling digitale e blablabla ma vi garantisco che in questo mondo di persone perennemente interconnesse la difficoltà più grande che ho vissuto, e continuo a vivere, è proprio la costruzione di relazioni lavorative con le altre persone.

In questo 2016 ho avuto a che fare con un’infinità di persone. Mio malgrado ho allentato i rapporti con qualcuno con cui non avrei voluto, ho costruito nuove relazioni lavorative (che poi tendono spesso a trasformarsi in amicali) di cui vado fiero anche a dispetto di alcuni momenti critici inevitabili, ho avuto a che fare con il terribile ruolo di “capo” e di questo, ancora, non mi capacito.

Ebbene si, ne sono passati tirocinanti e collaboratori sotto questo striminzito ombrello chiamato Fare Digital Media e non sono ancora certo di essere in grado di gestire nel migliore dei modi queste figure. Alcuni sono stati tirocinanti perché obbligati dall’università, altri hanno pensato di giocare al Monopoli, altri si sono tuffati anima e corpo nell’avventura ma, in tutti i casi, riuscire a costruire un rapporto lavorativo proficuo e sostenuto da fiducia reciproca è stato davvero complicato.

Non mi è ancora mai capitato di conoscere qualcuno che abbia lavorato con noi che possa capire davvero cosa vuol dire “victoria o muerte” (in senso figurato si intende), “anima e corpo“, “braccio e cuore” per un progetto e un obiettivo comune a medio-lungo termine. Non sono mai stato ipocrita e non lo sarò neanche adesso che ho un ruolo “ufficiale” da cui possono dipendere le sorti economiche, e non solo, di un’attività e di un piccolo gruppetto di persone.

Avviare una micro-impresa da zero, senza capitali, senza un passato di consulenze e clienti da portare dentro a garanzia di un minimo di lavoro sicuro è un’impresa titanica! Non c’è nessuna protezione, nessuna struttura che ti copra le spalle, nessuno stipendio a fine mese, nessun gruppo di persone che possano fare per te quello che non riesci a fare tu con le tue forze, nessun reddito garantito dallo stato quando per mesi non hai alcun tipo di introito.

Chi pensa di fare impresa, e start up, mettendoci le briciole della propria passione non ha capito niente. Per questo motivo ogni volta che facciamo un colloquio con i tanti che ci contattano inviandoci il loro CV, dico a tutti la stessa cosa:

Non ti chiediamo ore di troppo, non ti prendiamo un braccio se ti stiamo chiedendo una mano. Quello di cui abbiamo veramente bisogno è un pezzo di cuore. Sei disposto a metterlo in ballo per questo progetto?

In pochi si aspettano un discorso del genere e ancora di meno sono in grado di capirlo perché troppo vogliosi della copertina per stare al calduccio. Ma quando si incontra una persona che ha questa consapevolezza, il sorriso prende il sopravvento e forse si tratta di una persona “giusta” per Fare Digital Media. Per fortuna, in questo anno qualche piccolo, timido, sorriso di questo tipo l’ho visto e questo mi conforta e mi dà forza per continuare con ancora più convinzione di prima.

Il punto di vista del “bottegaio” indipendente

Sin da piccolo ho sempre sognato di non lavorare sotto padrone e ho sempre guardato con grande ammirazione il modello economico degli artigiani. Lavoro duro, creativo, per costruire pezzi unici che nessun altro potrebbe replicare allo stesso modo. Dopo 6 anni di esperienze da collaboratore para-subordinato questa propensione al futuro mi è rimasta e ho deciso che doveva essere il momento di metterla in pratica, anche facendo tesoro delle tante esperienze vissute da sub-lavoratore. Questo mio entusiasmo verso un’idea di indipendenza lavorativa totale non aveva fatto i conti con la realtà dei fatti.

Avviare una piccola impresa digitale in Italia (specifico perché in realtà non conosco di persona le realtà degli altri paesi) è di una difficoltà sconcertante. Non mi riferisco alla gente che non ti paga (su questo fino ad ora non possiamo lamentarci più di tanto) o ad altri problemi con fornitori, collaboratori e clienti. Parlo dei bastoni tra le ruote che ti mette lo stato nel corso della tua misera vita di imprenditore squattrinato.

Una tassa dopo l’altra, un continuo di richieste, prelievi, previsioni future con un leit motive unico: pagare! Più contribuisci allo sviluppo dell’economia, più paghi.

Non ho intenzione di pensare che sarebbe meglio avere meno tasse, non ci credo alle teorie liberiste. Il mondo con poche tasse è il mondo dei ricchi che fanno le cose per se stessi e lasciano morire tutti gli altri. Credo nell’intervento della collettività nell’economia e nel suo ruolo fondamentale (anche se non sono sicuro che quella dello “stato”, per come lo conosciamo noi, sia la collettività che mi piace) di coordinamento, indirizzo e parificazione delle opportunità per tutti. Quello che trovo odioso è la complicazione insita nel sistema di tassazione.

Una costanza incredibile di balzelli, aggiunte, bolli, tasse, accise, pagamenti preventivi basati su previsioni senza capo ne coda, modelli F24 da sparare a raffica, cunei fiscali che chi più ne ha più ne metta. Per non parlare di professionisti e camere di commercio che pur di fronte all’evidenza della legge cercano di metterti i bastoni tra le ruote, eccedendo nei controlli e rifiutandosi di fare quello che la legge gli impone. Preferisco non approfondire i temi ridicoli legati alla firma digitale, PEC&Co. altrimenti non ne usciamo più.

Un delirio. Anzi. Uno schifo. Credo ancora che quello che sto cercando di costruire con questa azienda sia “la bottega” che voglio lasciare ai miei figli, ma davvero lo stato italiano in tutte le sue forme sta cercando di demolire la mia convinzione.

Il bello della scoperta, i piccoli territori e i loro “valorosi cavalieri”

Mentre sono al top del top – come direbbe un collega – dell’indignazione e delle imprecazioni mi fermo un secondo e mi guardi intorno. Questo 2016 l’ho vissuto letteralmente immerso nella passione! Quella di chi mi affianca ogni giorno nel lavoro che, tra alti e bassi, è stato super entusiasmante; quella di chi affronta con caparbietà e tenacia gli stessi problemi che affrontiamo noi. Ma non solo.

Lavorare nel mondo del turismo e dei viaggi ci ha permesso di conoscere una quantità esagerata di “valorosi cavalieri“, uomini e donne, che ci mettono tutto il loro cuore, che sanno cosa vuol dire amare un territorio e con pochi mezzi valorizzarlo nel suo intimo. Avere a che fare anche per lavoro con realtà di questo tipo mi carica a pallettoni. Sarà perché anche io vengo da un’esperienza di valorizzazione territoriale (in quel caso di tipo associazionistico e totalmente volontaristica) ma adoro le piccole realtà che fanno bene il loro lavoro, con la dedizione e la forza di volontà tipica di chi vuole cambiare le cose mettendo l’accento sull’identità e sulle opportunità, piuttosto che sull’opportunismo.

Molto probabilmente questo tipo di realtà esistono, e insistono, soprattutto nei piccoli territori. Quelli che vivono all’ombra delle destinazioni più importanti e anche per questo mi appassionano di più. Non importa dove si trovino queste persone e in quali territori agiscano. Dal Piemonte alla Sardegna, dal Lazio alla Calabria, dalle città ai paeselli lo spirito è sempre lo stesso.

Lo spirito di chi vuole FARE le cose con passione. Come noi.

Buone feste!
Ci vediamo nel 2017!